Entrare nel professionismo da giovanissimi oggi è sempre più frequente. Farlo restando solidi, continui e lucidi è tutta un’altra storia.

Linda Manfredini, classe 2006, Centrale del Volley Bergamo 1991, vive già il presente della Serie A1 e ha guidato, da capitana, la Nazionale U21 a una vittoria internazionale in Indonesia. Un percorso rapido, intenso, che racconta bene cosa significhi diventare atleti moderni, dentro e fuori dal campo.

Con lei abbiamo parlato di preparazione atletica, recupero, alimentazione e crescita mentale, elementi che oggi fanno la differenza tra talento e continuità.

Dalle giovanili al professionismo: imparare in fretta

1. A soli 19 anni, giochi in Serie A1 e sei stata capitana della Nazionale U21, campione in Indonesia. Cosa ha rappresentato per te questa esperienza?

La Nazionale mi ha fatto crescere tantissimo in consapevolezza. Mi ha aiutata a credere di più in me stessa e questo si è riflesso anche nel mio percorso con Bergamo.

Quando vivi certe responsabilità e sei chiamata a guidare un gruppo, torni in club con una sicurezza diversa. Non cambia solo quello che fai in campo, ma come lo fai.

2. Qual è stata la sfida più grande nel passaggio dalle giovanili al professionismo?

Il salto è enorme: non basta un anno per adattarsi davvero alla Serie A1. La difficoltà maggiore è entrare nei meccanismi della squadra: capire il ritmo, il gioco, le richieste dell’allenatore e dello staff.

Essere affiancata da uno staff preparato aiuta tantissimo. E anche osservare le compagne più esperte è fondamentale: guardandole capisci dinamiche che non ti spiegano a parole.

Alimentazione e integrazione: la performance si costruisce ogni giorno

3. Quando hai iniziato a comprendere davvero l’importanza dell’alimentazione e dell’integrazione?

Da quando sono a Bergamo. Lavorare con un nutrizionista e con il preparatore mi ha fatto capire quanto il recupero sia fondamentale.

Non è solo una questione di campo: è una mentalità che va adottata nella vita di tutti i giorni. Come mangi, come dormi, come recuperi.

4. Quali abitudini hai cambiato negli ultimi anni?

Soprattutto la gestione dei pasti: faccio molta attenzione a quello che mangio e quando. Anche nei giorni di riposo, anche quando sono a casa sono rigorosa.

Ho capito che non esistono “giorni off”, perché quello che fai fuori dal campo influisce direttamente su quello che riesci a dare in allenamento e in partita.

5. In quali momenti senti che l’integrazione diventa davvero strategica?

Durante l’estate, con la Nazionale U21, quando la preparazione è molto intensa.

E poi durante la stagione, nei periodi con doppie partite o allenamenti particolarmente pesanti. In quei momenti il supporto giusto fa la differenza nel recupero.

Preparazione atletica: il lavoro invisibile del Centrale

6. Passando dalle giovanili alla Serie A1, cosa è cambiato di più nel tuo modo di allenarti?

Le sedute di pesi sono diventate molto più specifiche. C’è più attenzione ai segnali del corpo, ai piccoli dolori, alla prevenzione.

Quando andavo a scuola, ad esempio, facevo pesi prima delle lezioni. Ora il lavoro è più strutturato e mirato. I veri cambiamenti, però, credo si vedranno ancora di più nel prossimo futuro.

7. Nel ruolo di centrale, quanto conta il lavoro “invisibile”?

Conta tantissimo. Il recupero, per me, è la base di tutto: è quello che permette al resto di funzionare.

Lavoriamo molto su esercizi di rinforzo muscolare per la prevenzione degli infortuni e sulla forza, perché spingere sui muscoli in sicurezza è fondamentale per reggere i carichi della stagione.

Mentalità: diventare professionisti prima ancora che atleti

8. In un’intervista nel 2025 hai parlato spesso di crescita mentale. Cosa significa per te avere una mentalità e uno stile di vita da professionista?

Significa che la preparazione deve essere fatta a trecentosessanta gradi, non solo fisicamente ma anche mentalmente.

Prima delle partite visualizzo quello che dovrò fare: guardo video, ripenso a ciò che abbiamo preparato in allenamento. È come vivere in anticipo la partita.

La Nazionale mi ha aiutata molto anche nella gestione delle dinamiche di gruppo, che sono una parte cruciale della prestazione: riuscire a intuire delle situazioni e riuscire a gestirle fin dall’inizio, semplifica il resto del lavoro.

9. Come gestisci la pressione e le aspettative?

Tendenzialmente sono una persona tranquilla, non vado in ansia facilmente. La mia famiglia è un supporto enorme: so di poter contare su di loro e già questo basta a infondermi una grande sicurezza.

Detto questo, mi ritengo fortunata perché anche all’interno della squadra ci aiutiamo molto: siamo un gruppo saldo e unito. Ognuna ha le proprie difficoltà e dinamiche da affrontare, ma sapere di non essere sole fa la differenza.

10. Che consiglio daresti a una giovane atleta che sogna il professionismo?

All’inizio sembra tutto difficilissimo: ti senti diversa dagli altri perché magari le tue settimane sono scandite dagli allenamenti e da ritmi differenti, quindi non ti senti mai capita totalmente. Al tempo stesso, pensi che le tue coetanee pallavoliste, che giocano al tuo stesso livello, non abbiano dubbi o insicurezze. Le vedi solide e questo ti mette ancora di più in discussione.

In realtà tutti attraversiamo le stesse situazioni e viviamo problematiche simili. Prima lo si capisce e se parla apertamente, meglio è. Tirare fuori quello che ci consuma o ci rende insicuri, parlarne a voce alta, è il migliore antidoto per spezzare il circolo vizioso.

Se riesci a fare questo, cresci più velocemente, con maggiore consapevolezza nei tuoi mezzi e rendi anche meglio sul campo, in allenamento e in partita.

Presente e futuro: costruire una continuità

11. Come immagini l’atleta di pallavolo del futuro?

Sempre più completa. La preparazione atletica e l’ambito della nutrizione stanno facendo passi avanti enormi.

La pallavolo femminile si sta avvicinando molto a quella maschile anche dal punto di vista fisico.

Sarà sempre più importante anche il tema di come ci si comporta fuori dal campo: alimentazione, sonno, abitudini quotidiane. Solo così si costruisce una continuità.

12. Un’ultima domanda Linda: in che cosa senti di voler ancora migliorare ed evolvere?

Sarò molto concreta nella risposta: a muro, soprattutto. So che uno degli elementi essenziali è l’esperienza: ci sono tante situazioni che si ripetono e per arrivare davvero ad alti livelli, devi saperle leggere. Questa sensibilità si acquisisce col tempo, per cui cerco di avere pazienza e di crescere un passo alla volta.

E parlando di crescita, anche in attacco vorrei migliorare ulteriormente. Ci sto lavorando.

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Talento, lavoro e consapevolezza: il professionismo non è una meta, è un processo.

Linda Manfredini lo dimostra ogni giorno, costruendo la sua performance con attenzione, equilibrio e una visione già matura di cosa significhi essere un’atleta moderna.