Nel basket moderno non basta essere (solo) forti: bisogna essere pronti, resilienti, continui.

Roberto Bianchi, oggi Strength & Conditioning Coach di Pallacanestro Cantù, lo sa bene: quasi vent’anni di lavoro con Pallacanestro Cantù, attraversando epoche, categorie, crisi e rinascite.

Un percorso raro, costruito su metodo, relazione e una visione della performance che mette l’atleta al centro del sistema, non solo il talento.

Lo abbiamo incontrato per parlare di preparazione fisica, recupero e integrazione, intesa non come un “extra”, ma come fondamenta della prestazione.

Dal 2001 a oggi: il percorso e il metodo

1. Lei è arrivato a Cantù nel 2001, diventando preparatore atletico della prima squadra dal 2004. Quasi vent’anni con la stessa maglia: cosa rappresenta per lei questo legame così duraturo?

Cantù non è solo una società, è una cultura. Qui si mangia pane e basket. È sempre stata una piazza passionale e appassionata, capace di fare e rifare l’Eurolega, ma anche di attraversare momenti difficili.

Essere ancora qui oggi, dopo una fase complessa, e far parte della rinascita è motivo di orgoglio. La cosa che mi rende più soddisfatto è aver ricostruito da zero l’area di Strength & Conditioning, perché la performance non nasce solo dal parco giocatori: nasce da un sistema operativo solido che sostiene l’atleta ogni giorno.

Negli anni ho investito molto anche sulla formazione, ottenendo certificazioni in ambito nutrizionale. Lo stress fisico e mentale degli atleti è enorme: se vuoi prestazioni alte e continue, devi aiutarli ad acquisire consapevolezza, a nutrirsi e recuperare meglio, non solo ad allenarsi di più.

2. In che modo la sua esperienza ha influenzato il metodo di lavoro che applica oggi?

Io non mi definisco un “semplice preparatore”: lo Strength & Conditioning Coach è un allenatore fisico a tutti gli effetti.

Il mio lavoro parte dal dare obiettivi chiari, condividerli con l’atleta e superare gli ostacoli insieme. La performance non è solo carico: è relazione, fiducia, responsabilità condivisa.

Sono appassionato e questa passione cerco di trasmetterla ogni giorno. In uno sport che spesso è povero di empatia, la condivisione delle emozioni all’interno di una squadra ha un valore enorme.

Non voglio che passi l’idea che sono un sacerdote. Mi ritengo più un insegnante. So essere duro, anche feroce se serve (viene dalla scuola Popovich, ndr), ma la componente affettiva è fondamentale. Senza quella, la performance si impoverisce.

Preparazione e personalizzazione del lavoro sull’atleta

3. Come cambia la preparazione fisica in base ai ruoli e ai momenti della stagione?

Negli ultimi trent’anni la preparazione fisica è cambiata radicalmente e continuerà a farlo. Oggi la parola chiave è individualizzazione.

Le differenze tra ruoli sono importanti, ma spesso si sovrappongono: non si può più ragionare solo per categorie rigide.

Il rischio della specializzazione estrema, ad esempio lavorare sempre sugli stessi 3-4 movimenti, è quello di impoverire l’atleta, di renderlo quasi un “sedentario” che si accende solo in partita.

Per questo serve una cura maggiore: è come avere una squadra nella squadra.

La tecnologia ci ha aiutato moltissimo. Oggi utilizziamo sistemi di profiling avanzati che anni fa avevo visto solo a Pittsburgh o all’UCLA. Ora, per fortuna, sono strumenti quotidiani: la conoscenza del dato è parte integrante del metodo.

4. Quali parametri monitorate per gestire carichi e prevenire cali di rendimento?

Utilizziamo piattaforme di forza, software di analisi e sistemi di monitoraggio continui. Il basket di oggi è sempre più violento e impulsivo: i giocatori sono vere e proprie macchine da guerra.

Per questo il controllo del carico è fondamentale. Il Metodo Riva, ad esempio, è parte integrante del mio approccio: ci permette di capire come l’atleta esprime forza, quando è efficiente e quando no.

Recupero e integrazione: una parte essenziale della strategia

5. In uno sport di contatto come il basket, ha senso parlare di prevenzione degli infortuni?

“Injuries happen”, gli infortuni avvengono. Quello che possiamo fare è ridurre il rischio che gli atleti si facciano male, non azzerarlo, e per farlo bisogna lavorare su tutto: igiene del sonno, qualità del recupero, gestione dello stress.

Un atleta che prova ansia (oggi le richieste delle società sono più stressanti rispetto al passato) o vive problemi personali è più fragile di uno che ha trovato un suo equilibrio, e quindi più predisposto a infortunarsi. Per questo utilizziamo anche questionari di readiness: se un atleta non si sente pronto, quel dato conta quanto una piattaforma di forza.

Oltre alla parte di preparazione fisica, c’è da tenere conto dell’ambito nutrizionale e biologico. La ricerca negli ultimi anni ha fatto passi da gigante. Sarebbe un errore non sfruttarla.

6. Dopo allenamenti o partite molto impegnative, quali strategie adottate per il recupero?

Subito dopo uno stress neuro-muscolare importante, il primo step da curare è l’integrazione proteica. In inverno lavoriamo molto anche sulla vitamina D3, oltre a supporti vitaminici modulati in base alla stagione.

Un aspetto spesso sottovalutato è la gestione della mattina: gli atleti fanno colazione presto, ma l’allenamento dura dalle 9 alle 13. È tanto tempo. Avere una bevanda funzionale e una barretta, oltre alla colazione, fa una differenza enorme: ti permette di non arrivare svuotato a fine allenamento.

Negli allenamenti che simulano la competizione, utilizziamo anche carboidrati in gel o caffeina, sempre in modo personalizzato. Ogni atleta risponde in modo diverso e ha le sue preferenze o necessità.

7. Che ruolo ha oggi l’integrazione nella programmazione quotidiana?

È parte integrante del sistema. Non è “qualcosa in più”: è uno strumento per stabilizzare la prestazione, ridurre i cali e migliorare il recupero.

L’atleta moderno e l’evoluzione del ruolo del preparatore

8. Come sono cambiati gli atleti rispetto a 15-20 anni fa?

All’inizio c’era molta diffidenza, non solo tra gli atleti, ma anche a livello dirigenziale. La paura del doping, l’idea che “troppe proteine facciano male”.

Io ho avuto la fortuna di lavorare con medici illuminati, come il dottor Giani, che purtroppo è mancato, che già nei primi anni 2000 studiava le proteine del latte usate negli USA. Già allora aveva messo a punto piani di integrazione sistematici, il solo modo per essere efficaci.

Oggi gli atleti italiani hanno capito che la nutrizione è un fondamento della performance. In certe fasi di carico non puoi pensare di coprire tutto solo con il cibo: non puoi mangiare dieci polli al giorno.

Gli atleti sono molto attenti, seguono protocolli, fanno domande, vogliono capire. Gli spieghiamo a cosa serve ogni integratore, anche con esempi personali. Questo crea consapevolezza.

9. E il suo ruolo, come è cambiato?

Oggi il preparatore è un facilitatore della prestazione, non solo un gestore dei carichi. L’attenzione ai micronutrienti, alla qualità delle soluzioni, alla longevità atletica è diventata centrale.

Per me la squadra è come una classe: c’è chi è disciplinato e chi più ribelle. Il preparatore è un insegnante che lavora per gli atleti, non contro di loro.

A fine stagione, quello che resta è il rispetto ed è una delle cose più preziose che questo lavoro può dare.

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Performance, recupero, integrazione: non esistono scorciatoie. Solo metodo, competenza e visione.

A fare davvero la differenza nel lungo periodo, però, è la capacità di vedere l’uomo prima del giocatore. Di ascoltarlo, educarlo, guidarlo.

È in questo equilibrio tra rigore e umanità che Roberto Bianchi costruisce prestazioni solide, carriere più lunghe e squadre che reggono nel tempo.

La vera continuità ad alto livello non nasce solo dai numeri, ma dalla relazione che li sostiene.