Oltre 450 partite senza mai fermarsi: cosa c’è dietro la continuità di Toto Forray
Nel basket moderno restare al vertice non è solo una questione di talento: è una sfida quotidiana fatta di cura del corpo, disciplina e consapevolezza.
Toto Forray è l’esempio concreto di tutto questo: oltre 600 partite giocate, 454 consecutive senza infortuni, una carriera costruita passo dopo passo e un legame indissolubile con l’Aquila Basket Trento, culminato con la vittoria della Coppa Italia 2025.
Lo abbiamo incontrato per capire cosa significa davvero durare nel tempo ad alto livello, tra preparazione, integrazione e mentalità.
Un percorso costruito nel tempo
1. Trento per te è diventata casa. Sei arrivato qui a gennaio 2011, pochi mesi dopo sei diventato capitano a settembre. Cosa rappresenta per te questo legame così duraturo?
Fin dall’inizio la società ha investito su di me e mi ha fatto sentire parte centrale del progetto. Questo mi ha dato responsabilità, ma anche motivazione.
I primi anni sono stati tutti in crescita, con l’entusiasmo sempre altissimo. Poi, quando arrivi al massimo, la sfida cambia: non si tratta più solo di crescere, ma di mantenere la società ad un alto livello.
A Trento ho trovato quello che cercavo: fiducia, spazio e divertimento. Questo mi ha portato ad andare sempre oltre le aspettative.
2. Oltre 600 partite giocate, di queste 454 consecutive: qual è il tuo segreto? quanto conta la continuità nella costruzione di una carriera?
Non so se esista un vero segreto, ma sicuramente la differenza, nella costruzione di una carriera, la fa la continuità e questa si crea giorno per giorno.
Allenarsi con determinazione e sacrificio, farsi trovare sempre pronti, anche quando arrivano botte o momenti difficili.
Gli allenamenti duri mi hanno aiutato anche a gestire meglio le cadute e i contatti. Poi serve anche una componente di fortuna, ma la base è il lavoro quotidiano.
Recupero e longevità: restare performanti nel tempo
3. Quindici anni fa, a 33 anni eri considerato a fine carriera. Oggi sei ancora protagonista: cosa è cambiato? L’età anagrafica è solo un numero?
Non è solo una questione di età: è cambiata la consapevolezza, soprattutto su temi come alimentazione, integrazione e cura del fisico.
Io sono stato fortunato a non avere grandi infortuni. Qualche acciacco c’è sempre stato, ma grazie alla preparazione e al lavoro quotidiano che dicevo prima, sono sempre riuscito a tornare in campo velocemente.
4. Oggi si tende a fermarsi di più rispetto al passato: è un vantaggio?
Sì. Una volta si giocava sempre, anche se non si era al 100%.
Oggi si preferisce aspettare e recuperare bene: questo aiuta il fisico nel lungo periodo.
5. Quanto ha inciso l’evoluzione tecnologica sull’allungamento delle carriere?
Tanto. Penso ai macchinari, alle strutture dei palazzetti, all’abbigliamento tecnico e ai supporti: tutto è migliorato.
Una volta chi giocava tanto, arrivava a 33 anni distrutto. Oggi, salvo casi particolari, puoi ancora essere nel pieno della carriera.
Alimentazione e integrazione: equilibrio e adattamento
6. Sei nato in Argentina da genitori con radici internazionali (Italia, Grecia, Ungheria e Germania). Con una tradizione alimentare così ricca, come hai fatto a rimanere disciplinato per tutta la carriera? Sei un supereroe?
(Ride.) Sono cresciuto con una forte cultura italiana a tavola e questo mi ha dato buone abitudini alimentari fin da piccolo. Ho imparato a mangiare di tutto e apprezzare la cucina fatta bene, con alimenti freschi e sani.
Sicuramente mi aiuta il fatto di non essere appassionato di dolci e di avere un metabolismo veloce. Quello è di famiglia. Forse è lui il supereroe!

7. Come è cambiato il tuo approccio all’alimentazione negli anni?
Ho cambiato regime rispetto a quando avevo 25-30 anni. Sono consapevole di non potermi permettere le stesse quantità o le stesse abitudini di un tempo.
Non seguo una dieta rigida, ma cerco di stare attento alle quantità e di non esagerare.
8. Quando hai capito che l’integrazione poteva diventare un supporto importante?
Quando il livello si è alzato: giocando tanto, sentivo che la sola alimentazione, anche abbondante, non bastava.
Non ho mai abusato degli integratori, ma sono stati un aiuto concreto per sostenere i carichi e recuperare meglio.
Il Basket di oggi e i giovani: l’evoluzione dell’atleta
9. Guardando ai tuoi 20 anni di carriera, qual è l’aspetto che è cambiato di più?
Sicuramente l’alimentazione e la gestione di questa. Prima del lockdown, mangiavo tre etti di pasta a pranzo ogni giorno. Dalla pandemia in poi, ho introdotto una dieta più varia ed equilibrata, mantenendo i carboidrati solo 2-3 volte a settimana.
10. Cosa ti piace del basket di oggi e cosa invece ti manca?
Domanda complicata, perché la mia carriera si è sviluppata a cavallo di questa evoluzione. Tra gli sport popolari, il basket è quello che si è evoluto maggiormente negli ultimi 40 anni. È cambiato almeno 3-4 volte.
Del basket di oggi mi piace la velocità del gioco. Quello che mi manca del basket del passato è la tecnica: oggi si punta molto su atletismo, fisicità e altezza.
Un tempo, un giocatore era focalizzato sui propri punti di forza, consapevole delle sue peculiarità e le allenava per diventare il migliore in quello. Oggi tutti vogliono fare tutto, a prescindere dalle qualità, e questo può portare a meno continuità.
11. Il basket è sempre più orientato al tiro da tre: è un’evoluzione positiva?
È una delle evoluzioni del gioco. I numeri dicono che conviene, ma non esiste una risposta assoluta. Dipende dalla squadra e dalle caratteristiche dei giocatori.
12. Sei un punto di riferimento per i più giovani: che consiglio daresti loro?
Di non saltare le tappe e non dimenticare cos’è il basket: uno sport di squadra in cui si deve vincere.
Io sono cresciuto gradualmente, mettendo sempre al primo posto il gioco e il divertimento.
Oggi vedo più interesse alla prestazione individuale che al risultato. In questo l’NBA ha dato un po’ la direzione: molta attenzione alle statistiche dei giocatori e non al risultato del match.
Il focus per me resta giocare al proprio meglio per vincere e far vincere la squadra. Avere una buona prestazione dovrebbe venire di conseguenza, non essere l’unica cosa.
Consapevolezza e futuro: il vero vantaggio competitivo
13. Quanto conta la consapevolezza per avere una carriera lunga?
È fondamentale, soprattutto conoscere i propri limiti. Se li conosci, puoi lavorarci prima e prevenire problemi.
14. Guardando avanti, ti vedi ancora nel basket?
Sì, spero sempre all’interno di questa società che mi ha dato tutto, ma in un ruolo diverso.
Non mi vedo al momento come possibile allenatore, perché è molto impegnativo, soprattutto a livello mentale. Mi immagino di più in un ruolo dirigenziale.
Sicuramente, a prescindere da quello che farò, voglio diventare bravo per avere le stesse soddisfazioni che ho avuto da giocatore.
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Talento e numeri possono lanciare una carriera, ma è la continuità a renderla grande e lunga. La continuità nasce da scelte quotidiane, equilibrio e capacità di adattarsi nel tempo.
La vera performance non è quella di una stagione, ma quella che riesci a sostenere per anni.