Costruire la longevità dell'atleta: la nuova medicina dello sport - Intervista ad Alessandro Corsini, Medico Federale FITRI
Per Alessandro Corsini, sport e medicina non sono mai stati due percorsi distinti.
Nato nel 1980, a tre anni aveva già gli sci ai piedi. Nel 2000 ha conseguito il titolo di maestro di sci e, sei anni più tardi, si è laureato in Medicina e Chirurgia. La scelta della specializzazione in Medicina dello Sport gli ha permesso di unire quelle che fino a quel momento erano state due passioni parallele.
Da allora, il suo percorso professionale si è sviluppato attraverso discipline e contesti differenti: dallo sci alpino, con la collaborazione con le squadre nazionali e oltre 100 gare tra Coppe del Mondo, Mondiali e Olimpiadi, al calcio professionistico, dove ha fatto parte dello staff sanitario dell’Inter e oggi è Responsabile Sanitario del Genoa CFC in Serie A. Dal 2021 ricopre inoltre il ruolo di Medico Federale della Federazione Italiana Triathlon e di Responsabile Sanitario di Pallacanestro Brescia.
Un’esperienza trasversale, arricchita anche dallo studio della medicina cinese e da un percorso in osteopatia, che riflette una convinzione precisa: per comprendere davvero l’atleta bisogna saper guardare il corpo da prospettive diverse.
È proprio da qui che parte la nostra conversazione con il dottor Corsini: quanto più cambia lo sport, tanto più la medicina deve sapersi adattare alla persona che ha davanti.
Una medicina dello sport sempre più vicina all'atleta
1. Il suo percorso professionale l’ha portata a operare sia in ambito federale sia in contesti di alto livello professionistico. Come è arrivato a ricoprire il ruolo di Medico Federale della FITRI e cosa l’ha convinta ad accettare questa sfida?
Il mio ingresso in Federazione è stato piuttosto inaspettato: è arrivato a pochi mesi dalle Olimpiadi di Tokyo 2021, dopo la conclusione della mia esperienza come Medico Sociale dell’Inter.
Pur avendo sempre guardato con interesse al triathlon, non immaginavo di entrare direttamente in una realtà così diversa dal calcio professionistico.
L’imminenza dei Giochi Olimpici ha reso l’inizio particolarmente intenso, ma ho trovato fin da subito un ambiente molto stimolante, anche grazie al supporto del Presidente, del Direttore Sportivo e di tutto lo staff.
È stata un’opportunità per mettere a disposizione l’esperienza maturata nel professionismo e, allo stesso tempo, adattarla alle specificità di una disciplina completamente diversa.
2. Nel corso degli anni, com'è cambiata invece la sua idea del ruolo del medico dello sport?
Oggi il medico dello sport non può più essere soltanto un “curatore”: deve diventare un facilitatore di processi, capace di accompagnare l’atleta nelle diverse fasi della carriera.
Questo significa lavorare in modo continuo con allenatori, preparatori, nutrizionisti e psicologi, creando una visione condivisa della salute orientata alla performance.
Ma c’è anche una componente educativa importante: l’atleta deve imparare ad ascoltare il proprio corpo e distinguere un normale adattamento fisiologico da un segnale di rischio.
La medicina dello sport moderna è quindi sempre meno reattiva e sempre più preventiva.
Tre discipline, un atleta: perché la personalizzazione fa la differenza
3. Il triathlon unisce nuoto, ciclismo e corsa, tre discipline con carichi e stress fisiologici differenti. Come si costruisce un approccio sanitario realmente personalizzato?
La personalizzazione parte da quella che mi piace definire una sorta di “passaporto clinico” dell’atleta: la sua storia degli infortuni, le caratteristiche biomeccaniche, i carichi che ha sostenuto e il modo in cui risponde individualmente allo stress.
A questo dobbiamo aggiungere le informazioni provenienti dagli allenatori e dalle altre figure dello staff. È un sistema di “vasi comunicanti”, nel quale le informazioni devono circolare in maniera continua.
Anche l’analisi dei dati ci aiuta a distribuire correttamente i carichi tra nuoto, ciclismo e corsa.
L’atleta deve rimanere sempre un player attivo: il rapporto diretto con lui permette di intercettare segnali precoci e orientare tempestivamente le scelte.

4. Quali sono invece i principali indicatori che utilizzate per monitorare salute, affaticamento e adattamento al carico?
Il monitoraggio combina indicatori soggettivi, funzionali e biologici.
Guardiamo, per esempio, alla percezione dello sforzo e della qualità del recupero, alle eventuali variazioni della performance rispetto ai carichi, ai parametri metabolici, ematici e ormonali. Sul piano muscoloscheletrico sono importanti anche le variazioni di forza rilevate attraverso test specifici e, naturalmente, la comparsa di dolore localizzato.
L'obiettivo non è predire l'infortunio attraverso un singolo parametro; questi strumenti servono piuttosto a individuare precocemente eventuali deviazioni dal normale adattamento fisiologico.
La prevenzione nasce dall'interpretazione integrata dei segnali, non dal dato isolato.
Recuperare per continuare a spingere
5. In una disciplina di endurance come il triathlon, il recupero è determinante quanto l’allenamento. Quali sono le strategie più efficaci per garantire continuità di rendimento nel medio e lungo periodo?
Il recupero non è una semplice pausa, ma una vera fase del processo di adattamento.
Spesso le strategie più efficaci sono anche le più semplici: una corretta periodizzazione dei carichi, un sonno regolare e adeguato, una nutrizione e un’integrazione coerenti con il lavoro svolto e la capacità di intervenire precocemente quando compaiono segnali di sovraccarico.
Soprattutto, bisogna evitare l’eroismo quotidiano: stringere i denti e ignorare i segnali del corpo può sembrare una dimostrazione di forza, ma alla lunga presenta il conto.
La vera performance nasce dalla continuità e dalla consistenza dell’allenamento.
Nutrizione e integrazione: non solo carburante
6. Quanto contano oggi nutrizione, integrazione e monitoraggio metabolico nella programmazione sanitaria federale?
Sono diventati pilastri fondamentali. Stiamo lavorando per diffondere una visione della nutrizione che vada oltre il semplice concetto di carburante: deve essere considerata anche uno strumento di protezione strutturale e metabolica.
Un tema importante, soprattutto negli sport di endurance, è quello della RED-S, la Relative Energy Deficiency in Sport. Per questo abbiamo lavorato anche sulla formazione dei tecnici, con l'obiettivo di aumentare la capacità di riconoscere questa condizione e ridurne l'incidenza nel triathlon italiano.
7. È cambiato anche il rapporto degli atleti con questi temi?
Rispetto al passato, gli atleti sono più consapevoli, soprattutto i più giovani, e riconoscono maggiormente l’importanza di un’alimentazione e di un’integrazione corrette e basate su evidenze scientifiche.
Rimane però fondamentale il ruolo educativo dello staff. L’obiettivo è dare agli atleti gli strumenti per scegliere consapevolmente, evitando che l'informazione si trasformi in adesione a mode o pratiche prive di fondamento.

Più informati, ma anche più esigenti
8. Nota un cambiamento negli atleti rispetto alla cultura sanitaria e al rapporto con lo staff medico?
Il cambiamento è evidente. Gli atleti sono oggi più informati, più curiosi e anche più esigenti.
È un'evoluzione positiva, purché sappiano filtrare le informazioni. La collaborazione funziona quando si costruisce un rapporto di fiducia e il medico non viene percepito come un limite alla performance, ma come un alleato.
La vera sfida è trasformare l'informazione in consapevolezza, senza arrivare a una sorta di “ansia da controllo”.
Conoscere il proprio corpo e capire cosa sta succedendo è importante; vivere ogni parametro come qualcosa da monitorare ossessivamente, invece, rischia di diventare controproducente.
Verso la longevità atletica
9. Guardando al futuro, quali evoluzioni auspica nella medicina dello sport applicata al triathlon?
Mi piacerebbe vedere una medicina dello sport sempre più orientata alla longevità atletica, e non esclusivamente al risultato immediato.
Questo significa anche avere il coraggio di dire “no” quando necessario, proteggendo l'atleta da scelte che potrebbero compromettere la salute nel lungo periodo.
La performance non può essere misurata soltanto sul risultato di oggi: dobbiamo creare le condizioni perché l'atleta possa continuare a esprimersi ai massimi livelli anche nel futuro.
Triathlon e calcio: due sport, due forme di stress
10. Lei ha lavorato a lungo anche nel calcio professionistico. Quali sono le principali differenze di approccio sanitario tra il triathlon e il calcio?
La differenza principale sta nel tipo di stress a cui viene sottoposto l'atleta.
Nel triathlon prevale uno stress cronico e metabolico, legato alla ripetizione dei carichi nel tempo. Nel calcio, invece, lo stress è più intermittente, meccanico e traumatico, con picchi improvvisi e difficili da prevedere.
Un esempio è la gestione di un dolore muscolare agli ischiocrurali.
Nel calcio, anche un fastidio lieve può richiedere una riduzione immediata del carico o uno stop, perché sprint e cambi di direzione aumentano il rischio di una lesione acuta. La gestione è quindi molto prudente e orientata anche al corretto return to play.
Nel triathlon, lo stesso problema può essere interpretato più facilmente come un sovraccarico funzionale. In quel caso è possibile modulare il lavoro, per esempio riducendo temporaneamente la corsa e mantenendo il carico attraverso ciclismo o nuoto.
L’obiettivo rimane lo stesso: tutelare la salute dell’atleta. Cambiano, però, tempi, strategie e priorità.
Oltre il risultato: costruire una performance sostenibile
Il percorso di Alessandro Corsini attraversa sport profondamente diversi, dallo sci alpino al calcio, dal basket al triathlon. Eppure, dietro discipline e carichi differenti, emerge un principio comune: non esiste un atleta standard e non esiste una soluzione valida per tutti.
Servono dati, tecnologia e competenze, ma anche capacità di ascolto, confronto e interpretazione. Il medico non lavora più soltanto per curare un problema quando si presenta: lavora per creare le condizioni perché l'atleta possa allenarsi, recuperare e competere con continuità.
Significa costruire, giorno dopo giorno, una performance sostenibile nel tempo.
Forse è proprio questa la sfida più importante della medicina dello sport: non aiutare l'atleta a dare tutto soltanto oggi, ma metterlo nelle condizioni di continuare a dare il meglio anche in futuro.