Nel volley moderno la preparazione fisica non è più solo una questione di carichi: è un equilibrio dinamico tra dati, ascolto e relazione.

Oscar Berti, Strength & Conditioning Coach di Modena Volley, ha costruito la propria filosofia spostandosi tra Verona, Milano e Modena, con esperienze anche all’estero.

Un percorso segnato da una convinzione precisa: la performance non è solo un numero, un esercizio o un integratore. È il risultato di un sistema e di una relazione.

Lo abbiamo incontrato per parlare di metodo, individualizzazione, recupero e di come si costruisce oggi la performance al più alto livello.

Il percorso e il metodo

1. Dal campo universitario alla SuperLega: come è evoluto il suo metodo nel tempo e cosa ha lasciato il segno nel suo approccio al lavoro?

La preparazione è come una nave: cambia direzione in base al vento, al mare, al capitano. Non è mai ferma. La sperimentazione, se fatta con criterio, è ciò che permette all’atleta di migliorare davvero.

Un principio è per me fondamentale: all’atleta devi dare risposte solide. Il “secondo me” può bastare nel breve periodo, ma nel lungo aumenta la probabilità di errore. Per questo il monitoraggio è centrale: qualità del salto, gestione dei carichi, raccolta dei dati. Ma attenzione: il dato non sostituisce il lavoro, lo guida.

2. Quanto conta la relazione con l’atleta?

Tantissimo! Non credo nel modello del sergente di ferro. Io mi apro come un libro con i miei atleti, e loro fanno lo stesso con me. Si crea fiducia.

La performance non è solo un numero o un esercizio: è come lo esegui, con che atteggiamento, quanto condividi il percorso. Quando questo succede, l’atleta dà davvero il cento per cento.

Conoscere l’atleta: ascolto, fiducia, responsabilità

3. Cosa significa davvero “conoscere l’atleta”? Come si costruisce un rapporto efficace con i giocatori?

Mi piace pensarmi come uno strumento musicale: sono a completa disposizione dell’atleta. Sta a lui capire come “suonarmi” e quando. Il mio compito è essere sempre accordato al meglio, ma quel quid in più, lo deve mettere lui.

Un tempo il rispetto era legato al ruolo e si fermava lì. Oggi parte dalla persona e da quella base si costruisce tutto il resto: la fiducia, la condivisione, la crescita.

Preparazione e personalizzazione

4. La preparazione fisica cambia in base ai ruoli e ai momenti della stagione. Ci sono protocolli comuni e poi un lavoro di individualizzazione?

Moltissimo. Tutto parte dai test della preparazione estiva, che servono a individuare deficit e squilibri e a ridurre il rischio di infortuni.

Poi si lavora per ruolo: libero, schiacciatore, palleggiatore hanno esigenze completamente diverse, rispetto a movimenti, velocità, lavoro in sala pesi.

Il punto chiave, però, è un altro: il lavoro individuale deve migliorare la performance collettiva. Per questo integriamo tutto: protocolli per la spalla, lavoro propriocettivo, componente cognitiva.

5. Quali parametri monitorate per gestire i carichi e prevenire sovraccarichi o cali di rendimento?

A Modena utilizziamo sistemi avanzati di tracciamento, anche in collaborazione con realtà universitarie e spin-off tecnologici. Monitoriamo costantemente lo stato fisico degli atleti per evitare sovraccarichi e cali di rendimento.

È importante ricordare che i dati, da soli, non bastano: vanno interpretati nel modo giusto. I dati aiutano a prendere decisioni migliori, non a delegarle completamente.

Ridurre il rischio senza inseguire la perfezione

6. Quanto è importante la distinzione tra “riduzione del rischio” e “prevenzione degli infortuni”?

Prevenzione e riduzione del rischio sono strettamente legate. Il rischio zero non esiste, soprattutto in uno sport di situazione.

Quello che possiamo fare è abbassarne le probabilità, grazie allo studio biomeccanico, all’analisi della casistica degli infortuni e a un lavoro quotidiano mirato.

Se una squadra batte in spin e non in float, il carico sugli addominali cambia. Il lavoro deve adattarsi di conseguenza. La prevenzione è questo: leggere il contesto e intervenire in anticipo.

Recupero e integrazione

7. Dopo partite o allenamenti impegnativi, quali strategie di recupero adottate?

Partiamo sempre da protocolli mirati a colmare i deficit individuali. Il recupero non è un’aggiunta extra alla programmazione: è parte integrante.

8. Che ruolo gioca oggi l’integrazione nella programmazione quotidiana?

Il primo passo è educare l’atleta a nutrirsi correttamente. Poi, in alcune situazioni, l’integrazione diventa uno strumento utile per accelerare il recupero: proteine dopo i pesi, sali minerali, gel durante i carichi intensi.

Non obbligo mai gli atleti a integrare se c’è un equilibrio preesistente. L’integrazione deve essere funzionale al benessere e alle esigenze della persona, non inserita meccanicamente e in maniera univoca per tutti. La valutazione caso per caso è necessaria.

L’evoluzione dell’atleta moderno

9. Rispetto a dieci anni fa, come sono cambiati gli atleti con cui lavora?

Sono molto più informati. Sanno cosa offre il mercato, fanno domande, vogliono capire. Non si fidano più a prescindere e questo è un bene. Ti obbliga ad alzare il livello: devi essere preparato, credibile, coerente.

10. E invece come è cambiato il suo ruolo, dagli esordi a oggi?

All’inizio ero molto meno consapevole. L’incontro con figure chiave, come il medico sportivo Filippo Balestreri, per esempio, è stato fondamentale per la mia crescita.

Oggi il preparatore è un facilitatore della prestazione, non solo un gestore di carichi. Il mio ruolo è anche accompagnare l’atleta in un percorso di consapevolezza: fisica, mentale, relazionale.

11. In un incontro con gli studenti del corso di Scienze Motorie dell’Università di Verona ha parlato di umiltà, limite e quotidianità come valori fondamentali nella formazione di un atleta. Sono le stesse qualità che definiscono l’atleta moderno?

Assolutamente. La quotidianità è la base: è quello che fai ogni giorno, come ti comporti, che atleta (e che persona) scegli di essere.

La domanda che dovrebbe guidare ciascuno di noi è semplice: che persona voglio essere oggi? Non domani, oggi!

Il limite non è un problema: è una sfida. Se non lo conosci, non puoi superarlo. Devi esplorarlo, capirlo, lavorarci. E quando lo identifichi, non deve diventare un peso ma un punto di partenza per evolvere, crescere, migliorare. È qui che entra in gioco lo staff.

L’umiltà? Le generazioni precedenti l’avevano più intrinseca. Oggi gli atleti sono più fragili sotto certi aspetti. Per questo serve ancora di più un sistema che li supporti, non solo che li alleni.

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Dati, preparazione, integrazione: la performance si costruisce con metodo. È, però, nella relazione, nell’ascolto e nella capacità di adattarsi che si crea ogni giorno un vantaggio reale e duraturo.

Anche nello sport più evoluto, resta una verità semplice: senza connessione, non c’è prestazione che tenga nel tempo.